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Le morti videoludiche più strazianti – Fiumi di lacrime

Avete mai pianto davanti a uno schermo? Non per la frustrazione di aver perso per la centesima volta contro lo stesso boss, ma per il dolore autentico di aver perso qualcuno che amavate? Benvenuti nel club dei videogiocatori che hanno scoperto sulla propria pelle che le morti videoludiche possono farci soffrire quanto quelle della vita reale. Forse anche di più.

Negli ultimi anni, l’industria videoludica ha raggiunto una maturità narrativa che fa impallidire molti film e romanzi. Gli sviluppatori hanno capito una verità fondamentale: per far piangere il pubblico, prima devi fargli amare un personaggio e poi… ucciderlo. E quando ci riescono, il risultato è devastante. Parliamo di quelle morti videoludiche che non dimentichi, che ti restano dentro per giorni, che ti fanno ripensare al senso della vita mentre fissi il soffitto alle tre di notte.

Oggi analizziamo cinque morti videoludiche che, a mio personale parare, hanno segnato e segneranno un’intera generazione di giocatori. Cinque personaggi che sono morti per davvero, non nel senso digitale del termine, ma nel senso più profondo: sono morti nei nostri cuori. E il bello è che continuano a vivere proprio per questo!

Prepariamo i fazzoletti. Si parte…

Arthur Morgan – Una delle morti Videoludiche annunciate

Red Dead Redemption 2 del 2018 ha fatto una cosa che nessun altro gioco aveva mai osato fare: ti ha detto dall’inizio che il protagonista sarebbe morto. Non era un segreto, non era un colpo di scena. Era una certezza matematica. Arthur Morgan aveva la tubercolosi in un’epoca in cui significava condanna a morte. Eppure, sapere come sarebbe finita non ha reso la sua morte meno straziante. Anzi, l’ha resa peggiore.

Perché Arthur non è morto solo di tubercolosi. È morto di redenzione. Se ne va cercando di essere un uomo migliore in un mondo che non perdona. È morto proteggendo le persone che amava, anche se quelle persone lo avevano tradito. È morto con dignità in un’epoca senza dignità.

La genialità di Rockstar Games è stata trasformare una morte annunciata in un percorso di crescita personale. Ogni colpo di tosse di Arthur era un promemoria che il tempo stava scadendo. I suoi atti di gentilezza erano più che preziosi perché sapevi che ne rimanevano pochi. Ogni momento di felicità era agrodolce perché consapevole della sua fragilità.

E poi c’è quella scena finale. Arthur che guarda l’alba dalle montagne, morente ma in pace. “I gave you all I had,” sussurra a Dutch, l’uomo che considerava un padre. Non è solo una frase, è il testamento di un uomo che ha trovato se stesso proprio quando stava per perdersi per sempre.

Tra le morti videoludiche, quella di Arthur funziona perché è guadagnata. Non è un trucco narrativo per strappare lacrime facili. È la conclusione logica e inevitabile di un percorso di crescita che il giocatore ha vissuto in prima persona. Quando Arthur muore, muore un pezzo di noi. E questo, amici, è il potere della grande narrativa.

morti videoludiche Arthur

Joel Miller – Quando l’Eroe Diventa Vittima

The Last of Us Part II del 2020 ha fatto qualcosa di ancora più coraggioso: ha ucciso il protagonista del primo gioco. Joel Miller, l’uomo che aveva attraversato l’America post-apocalittica per salvare Ellie, è morto brutalmente nelle prime ore del sequel. E la cosa più scioccante? Se l’è meritata.

Perché Joel non era un eroe. Era un sopravvissuto che aveva fatto scelte terribili per proteggere la persona che amava. Aveva condannato l’umanità per salvare una ragazzina. Aveva mentito, ucciso, tradito. E alla fine, qualcuno è venuto a presentargli il conto.

Tra le morti videoludiche, quella di Joel è scioccante non per come avviene, ma per quando avviene. Naughty Dog ha avuto il coraggio di uccidere il protagonista all’inizio della storia, non alla fine. È come se Shakespeare avesse ucciso Amleto nel primo atto. È una scelta narrativa audace che ha diviso i fan, ma che ha senso perfetto nel contesto della storia.

Abby, la donna che uccide Joel, non è un mostro. È una figlia che cerca vendetta per la morte del padre. Un padre che Joel aveva ucciso per salvare Ellie. È il ciclo della violenza in tutta la sua crudeltà: ogni eroe è il villain di qualcun altro, ogni vittima è il carnefice di qualcun altro.

La genialità della morte di Joel sta nel suo timing. Avviene quando Joel ha finalmente trovato la pace, quando ha ricostruito il rapporto con Ellie, quando sembra che possa avere un futuro. È crudele, è ingiusta, è realistica. Perché la vita non aspetta che tu sia pronto per morire.

E il fatto che molti giocatori abbiano odiato questa scelta dimostra quanto Joel fosse amato. La sua morte non è solo la fine di un personaggio, è la fine di un’illusione: l’illusione che gli eroi possano sempre cavarsela, che l’amore possa sempre vincere, che le scelte non abbiano conseguenze.

Lee Everett – Il Padre che Non Sapeva di Essere Padre

The Walking Dead di Telltale Games del 2012 ha fatto una cosa semplice ma devastante: ti ha fatto diventare padre. Lee Everett non era il padre biologico di Clementine, ma è diventato il suo papà nel modo che conta di più. E quando è morto, non è morto solo lui. È morta l’innocenza di una bambina e la nostra illusione che l’amore possa proteggere da tutto.

Tra le morti videoludiche, quella di Lee è particolare perché è inevitabile, ma anche una scelta. Viene morso da un zombie, quindi è condannato. Ma il giocatore deve decidere se lasciare che Clementine lo uccida prima che si trasformi o se andarsene e trasformarsi. È una scelta impossibile che ti spezza il cuore in entrambi i casi.

Ma la vera genialità della morte di Lee sta in quello che rappresenta: la fine dell’infanzia. Clementine, che all’inizio del gioco era una bambina protetta e innocente, alla fine è costretta a uccidere l’uomo che ama di più al mondo. È un passaggio all’età adulta brutale e necessario in un mondo che non perdona la debolezza.

Lee muore insegnando. Le sue ultime parole non sono per se stesso, ma per Clementine. Le insegna come sopravvivere, come essere forte, come rimanere umana in un mondo disumano. È un padre fino alla fine, anche quando la fine significa diventare un mostro.

La morte di Lee funziona perché è un sacrificio che ha senso. Non muore per salvare il mondo o per sconfiggere il cattivo di turno. Muore per dare a una bambina gli strumenti per sopravvivere senza di lui. È l’atto d’amore più puro che si possa immaginare: rinunciare alla propria vita perché qualcun altro possa vivere la sua.

E il fatto che questa morte avvenga attraverso le scelte del giocatore la rende ancora più potente. Non stai guardando Lee morire, stai partecipando alla sua morte. Stai prendendo le decisioni che lo porteranno alla fine. È coinvolgimento emotivo allo stato puro.

morti videoludiche Lee

Legion – un Sintetico più Umano degli Umani

Mass Effect 3 del 2012 ha fatto qualcosa di incredibile: ha reso la morte di un robot più commovente di quella di molti personaggi umani. Legion, la piattaforma Geth che aveva accompagnato Shepard nelle sue avventure, muore per dare ai suoi simili quello che lui aveva sempre cercato: l’individualità.

Tra le morti videoludiche, quella di Legion è particolare perché è una scelta filosofica prima che narrativa. Legion sacrifica la sua esistenza unica per permettere a tutti i Geth di diventare individui come lui. È un paradosso bellissimo: per dare l’individualità a tutti, deve rinunciare alla propria.

Does this unit have a soul?” è la domanda che Legion si pone durante tutta la saga. E la risposta arriva proprio nel momento della sua morte, quando dice “Keelah Se’lai” – una benedizione Quarian che significa “Per il mondo natale che spero di vedere un giorno“. È il momento in cui Legion smette di essere una macchina e diventa una persona. Proprio quando sta per cessare di esistere.

La genialità della morte di Legion sta nel suo significato simbolico. Non è solo un robot che si sacrifica per i suoi simili. È la rappresentazione dell’evoluzione, del progresso, della speranza che anche le macchine possano diventare qualcosa di più. È la prova che l’anima non è una questione di biologia, ma di scelte.

E poi c’è quel momento finale, quando Legion guarda Shepard e dice semplicemente “Shepard-Commander… I must go to them.” Non è drammatico, non è melodrammatico. È semplicemente giusto. È la scelta di un essere senziente che ha capito qual è il suo scopo nell’universo.

La morte di Legion funziona perché è guadagnata attraverso tre giochi di sviluppo del personaggio. Non è un colpo di scena dell’ultimo minuto, è la conclusione logica di un percorso che abbiamo seguito passo dopo passo. Quando Legion muore, muore un amico. E il fatto che quell’amico fosse fatto di circuiti e codice non lo rende meno reale.

Jackie Wells e il non aver avuto abbastanza tempo

Cyberpunk 2077 del 2020 ha fatto un errore narrativo che si è trasformato in un colpo di genio involontario. Jackie Wells, il migliore amico del protagonista V, muore troppo presto. Troppo presto per conoscerlo davvero, troppo presto per affezionarsi, troppo presto per importarsene. Eppure la sua morte ci devasta lo stesso. Perché?

Perché Jackie rappresenta tutto quello che avremmo potuto avere e che abbiamo perso. È l’amico perfetto che muore prima che possiamo diventare davvero amici. È il potenziale inespresso, la promessa non mantenuta, il futuro che non ci sarà mai.

Tra le morti videoludiche, quella di Jackie è frustrante proprio perché sembra sprecata. Muore durante un colpo che va male, non per salvare il mondo o per un ideale nobile. Muore perché ha fatto una scelta sbagliata al momento sbagliato. È una morte stupida, casuale, ingiusta. Esattamente come le morti vere.

Ma è proprio questa casualità che rende la morte di Jackie così potente. Non è epica, non è eroica, non è significativa nel grande schema delle cose. È semplicemente triste. È la morte di un sogno, di un’amicizia, di un futuro che non vedremo mai.

CD Projekt RED ha commesso l’errore di non darci abbastanza tempo con Jackie prima di ucciderlo. Ma questo errore si è trasformato in una riflessione involontaria sulla natura della perdita. Spesso perdiamo le persone prima di aver avuto il tempo di conoscerle davvero. Spesso ci rendiamo conto di quanto qualcuno fosse importante solo quando non c’è più.

La morte di Jackie funziona perché è realistica nella sua banalità. Non c’è una grande battaglia finale, non c’è un discorso ispiratore, non c’è una morte eroica. C’è solo un uomo che muore troppo giovane per una causa che non ne valeva la pena. E questo, purtroppo, è molto più vicino alla realtà di quanto vorremmo ammettere.

LEGGI ANCHE: Cyberpunk 2077: La Recensione

Perché Queste Morti videoludiche Ci Fanno Così Male?

Cosa rende queste cinque morti videoludiche così devastanti? Non è solo la qualità della scrittura o la bravura degli attori. È qualcosa di più profondo: il coinvolgimento. Nei videogiochi non siamo spettatori passivi, siamo partecipanti attivi. Abbiamo passato ore, giorni, settimane con questi personaggi. Li abbiamo visti crescere, li abbiamo aiutati nelle loro scelte, li abbiamo accompagnati nei loro viaggi.

Quando Arthur Morgan muore, non muore solo lui. Muore il cowboy che abbiamo interpretato per sessanta ore. Quando Joel viene ucciso, non viene ucciso solo lui. Viene ucciso l’eroe che abbiamo guidato attraverso l’America post-apocalittica. Quando Lee si trasforma, non si trasforma solo lui. Si trasforma l’uomo che abbiamo scelto di far diventare un padre.

È il paradosso dei videogiochi moderni: più sono realistici, più fanno male. Più i personaggi sembrano veri, più la loro morte sembra reale. E quando un personaggio che abbiamo amato per ore muore davanti ai nostri occhi, una parte di noi muore con lui.

Ma c’è anche un altro motivo per cui queste morti sono così potenti: ci insegnano qualcosa. Arthur ci insegna che non è mai troppo tardi per cambiare. Joel ci insegna che ogni azione ha delle conseguenze. Lee ci insegna che l’amore può sopravvivere anche alla morte. Legion ci insegna che l’umanità non è una questione di biologia. Jackie ci insegna che la vita è fragile e preziosa.

Sono lezioni che portiamo con noi anche dopo aver spento la console. Sono morti che ci cambiano, che ci fanno riflettere, che ci rendono persone migliori. E questo, alla fine, è il vero potere della grande narrativa: non solo intrattenerci, ma trasformarci.

Il Futuro delle Morti Videoludiche

Dove stiamo andando? Se questi cinque esempi ci insegnano qualcosa, è che i videogiochi hanno raggiunto una maturità narrativa che li pone sullo stesso piano di film e letteratura. Forse anche più in alto, perché il coinvolgimento interattivo crea un legame emotivo che altri media possono solo sognare.

Il futuro probabilmente ci riserverà morti ancora più devastanti, personaggi ancora più reali, storie ancora più coinvolgenti. E noi saremo lì, controller in mano, pronti a farci spezzare il cuore ancora una volta.

Perché alla fine, questo è quello che cerchiamo nei videogiochi: non solo divertimento, ma emozioni vere. Vogliamo ridere, vogliamo piangere, vogliamo sentirci vivi. E se per sentirci vivi dobbiamo prima morire un po’ dentro, beh… ne vale la pena.

Arthur, Joel, Lee, Legion, Jackie, grazie per averci fatto piangere. Grazie per averci ricordato che anche i pixel possono avere un’anima. Grazie per essere morti in modo così bello da essere diventati immortali.

Ora scusate, ma devo andare a giocare qualcosa di allegro. Ho bisogno di riprendermi!

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